Petrolio e guerra dei prezzi: facciamo il punto della situazione

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Petrolio e guerra dei prezzi: facciamo il punto della situazione

Ieri alle 16:30 il presidente Trump ha pubblicato il seguente tweet:

“Ho parlato col mio amico, il Principe Arabo che ha parlato con Putin, e siamo d’accordo sul tagliare la produzione di petrolio di 10 milioni di barili.”

Questo non è un tweet “normale”.

Il mercato petrolifero è sconquassato da settimane di guerra dei prezzi tra Arabia e Russia, i consumi sono crollati a causa del coronavirus e il prezzo ha avuto il peggior ribasso dalla guerra del Golfo.

Chiaramente il mercato ha agito in modo veloce e nervoso segnando il 25% di rally rialzista in pochi minuti. Si è registrato addirittura un gap nelle candele a 1 minuto. Minuti, non ore eh.

Grafico Crude Oil maggio 2020

Nelle ore seguenti ha ritracciato del 7% ma ormai la frittata è fatta. Nel momento in cui scrivo quota 24.23 $ / barile.

Chiariamoci: NON C’E’ NESSUN ACCORDO. E soprattutto non ci sono i presupposti per qualsiasi tipo di accordo, ora come ora. Figuriamoci se si parla di un taglio di dieci milioni di barili: un’infinità.

Andiamo con ordine.

Primo.

La Russia ha negato qualsiasi tipo di accordo con l’Arabia, né tanto meno con gli Stati Uniti. Al momento però non hanno incrementato la produzione e non sembra neanche ci siano le condizioni per farlo visto le finanze precarie.

Infatti la loro è una guerra soprattutto politica che mira a:

  1. mettere in difficoltà gli Stati Uniti per ripicca contro le sanzioni sul progetto Nord Stream2 che avrebbe sottratto l’Europa agli Stati Uniti;
  2. mantenere e incrementare la propria fetta di mercato.

“Nessuno ha ancora iniziato a parlare di accordi”

ha detto il portavoce del Cremlino Peskov ai giornalisti, come riportato dall’agenzia di stampa russa TASS.

Secondo.

L’Arabia non ha alcuna intenzione di tagliare le quote di produzione, al momento. La guerra dei prezzi è nata perché la Russia aveva negato un taglio della produzione per sostenere i prezzi. Per “vendetta” l’Arabia Saudita ha deciso di abbattere e i prezzi mettendo in difficoltà i suoi due principali rivali, U.S.A. e Russia, e conquistandosi ancora quote di mercato grazie al basso costo di produzione.

Attraverso l’OPEC, l’Arabia influenza da anni il prezzo del petrolio. Anche del 2014 era successo qualcosa di simile; era una specie di attacco allo shale oil americano ma non andò a buon fine. Fatto sta che se c’è una nazione pronta a tagliare la produzione è sempre stata l’Arabia Saudita.

Ora però non può permettersi una marcia indietro. La condizione indispensabile e obbligatoria è necessariamente un taglio della produzione coordinato e partecipato da parte di tutte e tre le potenze mondiali. Senza accordo, l’Arabia non si smuoverà di un centimento.

Volatilità percentuale degli ultimi giorni. Record. by WSJ.

Terzo.

Trump non può permettersi il lusso di un accordo.

  1. tutto è nato dalle sanzioni U.S.A. alla Russia per l’oleodotto Nord Stream 2;
  2. lo shale oil è quasi il doppio più costoso del petrolio russo e il triplo di quello arabo;
  3. gli Stati Uniti NON hanno minimamente abbassato la produzione che si attesta come la più alta al mondo da mesi (13 milioni di barili al giorno);
  4. non possono attualmente neanche imporre tariffe d’importazione.

Tra l’altro la gestione di Trump del problema è stata indecisa e insufficiente da subito. Prima ha dichiarato che era un bene perché la benzina sarebbe costata meno, poi ha ritrattato dicendo di voler salvare le compagnie di scisto americane. Ora se ne esce con questo accordo che non esiste. Insomma, non sta risolvendo un bel nulla.

La curva del contango di ieri e dell’altro ieri. Una differenza ABISSALE.

Quarto.

Le probabilità di un taglio della produzione così sostanzioso sono praticamente a zero. Gli Stati Uniti al momento non hanno l’intenzione di fermare la produzione per non perdere la leadership del mercato e per sostenere lo scisto americano che è in grande crisi.

L’Arabia ha più margine di manovra ma secondo gli esperti non può scendere sotto la quota precedente alla guerra dei prezzi, ovvero 9 milioni di barili al giorno. Attualmente ha spinto la produzione a poco oltre gli 11 milioni di b/g.

Stesso discorso per la Russia che sembra possa al massimo tagliare la produzione di 500.000 barili al giorno.

Facendo due conti sono 2 milioni e mezzo di barili al giorno e non 10. Bella differenza.

Il punto.

Sapete bene che non mi piace fare il nostradamus, ma viste le condizione non stento a pensare che possa tornare un po’ giù il prezzo del petrolio. Intanto però il tweet ha condizionato il mercato; non solo per l’immenso spike, ma anche per la volatilità nei prossimi giorni che sarà alta e imprevedibile.

Sono le 6:30 nel momento in cui scrivo e dalla chiusura ha già perso il 5.61%, oltre 1,30$.

Chiaramente la mia speranza è che la guerra dei prezzi finisca il prima possibile. Però credo non succederà con un tweet di Trump.

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