Crisi del Crude Oil: analizziamo le prossime mosse di U.S.A., Russia e Arabia Saudita

  • Home
  • Crisi del Crude Oil: analizziamo le prossime mosse di U.S.A., Russia e Arabia Saudita
Shape Image One
Crisi del Crude Oil: analizziamo le prossime mosse di U.S.A., Russia e Arabia Saudita

Giovedì Trump ha twettato di un fantomatico accordo tra U.S.A., Russia e Arabia Saudita per un taglio della produzione del petrolio di oltre 10 milioni di barili al giorno.

Il future sul crude oil ha reagito con un rialzo mostruoso in pochissimi minuti. Eppure ho spiegato che non c’era assolutamente nulla dietro quel tweet. Nessun accordo di nessun tipo.

Venerdì si è poi pensato a una riunione d’urgenza tra i paesi dell’OPEC+ per cercare di fare qualcosa da fare oggi. Questa riunione attualmente è stata posticipata a lunedì.

Cerchiamo di capire bene lo scenario che si prospetta.

Attualmente i tre paesi leader stanno producendo petrolio a pieno regime:

  • Stati Uniti: 13 milioni b/g;
  • Arabia Saudita: 12,3 milioni b/g;
  • Russia: 11,4 milioni b/g.

Tutto questo mare di petrolio rimane in gran parte invenduto perché a causa del coronavirus non c’è più domanda: economie ferme, voli fermi, industrie ferme, consumi fermi.

Ognuno di questi tre stati è in crisi e non può mantenere questi prezzi a lungo, nonostante precedenti dichiarazioni.

Il rialzo clamoroso della scorsa settimana che ha segnato un +40%. From Bloomberg

Stati Uniti

Gli Stati Uniti sono leader nel mercato grazie alle shale oil, che costa molto di più del petrolio russo o arabo. Attualmente il settore è in crisi nera, immerso in centinaia di milioni di debiti e ha iniziato i licenziamenti.

La rivoluzione dello shale oil è stato il più grande evento nella storia dell’energia per gli U.S.A. che spesso si sono trovati in totale dipendenza da paesi instabili e nemici, come Iran e Iraq. Da dieci anni invece sono indipendenti.

Attualmente Trump oltre a inventare possibili accordi inesistenti non ha fatto molto; è felice del prezzo basso che vede nei benzinai e ha aperto la possibilità a delle sanzioni per le importazioni. Però non è la soluzione più lungimirante.

Gli Stati Uniti hanno il grado d’urgenza più elevato in quanto sconvolto dal coronavirus e con una colonna portante della propria economia in profonda crisi.

La crisi delle aziende petrolifere, by WSJ

Russia

La Russia è leader nella produzione di gas e da anni sta lavorando per conquistare l’Europa anche con il petrolio, grazie all’enorme Nord Stream 2, un’infrastruttura titanica pensata per collegare Siberia e Europa.

Nel 2019 l’ambasciatore americano Richard Grenell ha minacciato sanzioni ed esortato le aziende coinvolte a non partecipare. Attualmente il Nord Stream 2 è ancora da completare.

Si pensa che il mancato accordo Russia-Arabia per il controllo della produzione sia proprio a causa dell’ingerenza statunitense: la Russia voleva chiaramente colpire lo shale oil.

Putin è maestro della politica internazionale e proprio per l’immagine che ha costruito nei 20 anni di governo non può cedere ai desideri di Trump senza un accordo favorevole.

Per contro, la situazione finanziaria non è affatto rosea: si prevedono almeno 40 miliardi di ricavi in meno, quest’anno. Infatti in Russia, i combustibili fossili e le esportazioni di energia rappresentano il 64 percento delle esportazioni totali. Il settore petrolifero e del gas copre il 46 percento della spesa pubblica totale e contribuisce per circa il 30 percento al PIL.

Grafica del rapporto Russia-Europa.

Arabia Saudita

Per l’Arabia la situazione è complessa. E’ leader da sempre per capacità, produzione e costi produttivi. Da decenni controlla il prezzo del petrolio e domina incontrastata il mercato… Almeno era così fino all’avvento dello shale oil. Già nel 2014 aveva provato ad abbassare i prezzi per colpire l’industria americana senza riuscirci del tutto.

Per di più la dipendenza da petrolio è enorme: il settore petrolifero rappresenta circa l’85 percento delle entrate del regno, il 90 percento dei proventi delle esportazioni e il 42 percento del PIL.

Un altro fattore da considerare è il ruolo politico che attualmente ha. E’ da anni, infatti, che l’Arabia cerca modi per diversificare la propria economia, cosa che non gli riesce facile per la storia e la struttura attuale dello stato. Deve dimostrarsi forte, solida e lungimirante agli occhi internazionali sennò i progetti futuri, come il Vision 2030, rischiano di non andare in porto.

Attualmente nessuno vuole fare il primo passo per non rischiare di essere l’unico attore del mercato a ridurre la produzione e quindi a perdere fette di mercato. Lo stesso Trump che chiede la diminuzione della produzione non si è accorto (o forse sì…) che gli Stati Uniti producono a ritmi record da settimane, ormai.

L’Arabia Saudita sta cercando di coinvolgere anche gli altri paesi OPEC ma ci sono anche altri paesi da convincere, come Canada, Cina, Brasile, Qatar, Norvegia e Regno Unito.

“MOHAMMED BIN SALMAN È SOTTOPOSTO A FORTI PRESSIONI POLITICHE DA PARTE DI TRUMP PER DIMOSTRARE CHE IL REGNO NON STA CERCANDO DI MANDARE IN ROVINA L’INDUSTRIA AMERICANA DELLO SCISTO.”

Inoltre c’è il problema delle scorte. Tutto il petrolio invenduto è costoso e non si sa più dove metterlo.

La soluzione non è facile e staremo a vedere giovedì cosa succedere.

Mi immagino questa situazione di stallo come il triello de “Il buono, il brutto e il cattivo” di Sergio Leone, dove tutti si aspettano una mossa improvvisa dall’altro.

Il famoso triello di Sergio Leone

Per finire ecco la curva dei prezzi del future CL. Ci sono la situazione di venerdì, di giovedì e della scorsa settimana.

_

Per ulteriori analisi e approfondimenti, entra nel BClub!

 

Analisi, news e spunti operativi, gratis nella tua inbox ogni domenica mattina.

 

 

Anche noi odiamo lo spam: i tuoi dati sono al sicuro e potrai cancellarti in qualsiasi momento.