Oggi U.S.A., Russia e Arabia a confronto sul petrolio. Gli scenari e l’analisi

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Oggi U.S.A., Russia e Arabia a confronto sul petrolio. Gli scenari e l’analisi

L’OPEC si riunirà alle 16:00 di oggi per discutere l’eventuale taglio della produzione del petrolio.

Il prezzo del petrolio è ai minimi dalla guerra del Golfo e l’intera industria è in grande pericolo. Le cause sono il crollo della domanda verticale a causa del coronavirus che ha fermato le economie e la guerra dei prezzi (di cui abbiamo raccontato molto su queste pagine) tra i 3 principali attori del settore energetico mondiale:

  • Stati Uniti;
  • Russia;
  • Arabia Saudita.
Prezzi del Brent negli ultimi 18 anni.

La domanda degli Stati Uniti ora è scesa a 14,4 milioni di barili al giorno, il livello più basso dal 1990 e in calo di oltre il 30% rispetto ai livelli pre-crisi. In India, terzo più grande consumatore di petrolio al mondo, i dati ufficiali hanno mostrato domanda in calo di quasi il 18%, nonostante il fatto che il paese è andato in lockdown solo il 25 marzo.

Mosca ha detto mercoledì che è disposta a ridurre la produzione di 1,6 milioni di barili al giorno, circa il 15% circa. Ieri il future sul Crude Oil ha risposto positivamente alla notizia, ma non è così facile.

L’incontro (virtuale) di oggi avviene anche in conseguenza del tweet di settimana scorsa di Trump che affermava ci sarebbe stato un taglio della produzione di Arabia e Russia di 10 milioni di barili al giorno, così da risollevare il prezzo.

Alla fine è venuto fuori che non c’è nessun accordo e che la situazione è più complessa del previsto.

Variazione della produzione giornaliera di petrolio dal 2008 al 2018. Dati by Statista.

USA

In primo luogo, Trump ha già dichiarato il 7 aprile che non ha intenzione al momento di fare alcun taglio della produzione. Secondo la sua opinione, bastano le conseguenze della crisi e l’aggiustamento “naturale” del mercato. Afferma che nessuno gli abbia chiesto nulla e quindi gli Stati Uniti non debbano fare assolutamente nulla.

“Al momento abbiamo un’industria energetica tremendamente potente in questo paese, la numero uno al mondo, e non voglio che tutto questo vada perso”

L’unica mossa di cui si era parlato, erano delle sanzioni sul petrolio importato. Il petrolio statunitense proviene per la maggior parte dai depositi di scisto; grazie a questo metodo d’estrazione, sono riusciti a rivoluzionare il mercato petrolifero mondiale ottenendo 2 principali conseguenze:

  • indipendenza energetica;
  • potere politico ed economico.

Attualmente gli U.S.A. infatti sono tra i primi tre produttori al mondo, insieme al leader incontrastato Arabia Saudita e alla Russia.

Il problema del cosiddetto shale oil è il costo di produzione: infatti il breakeven avviene intorno ai 40$, uno dei più elevati al mondo. Questo chiaramente mette in crisi il settore se il prezzo scende sotto questa soglia. Inoltre, per poter sfruttare questo nuovo metodo estrattivo, nel decennio scorso le aziende petrolifere hanno chiesto decine di miliardi di dollari in prestito che gravano tutt’ora sui bilanci.

Al momento si sono verificati decine di migliaia di licenziamenti e molte aziende medio-piccole rischiano di chiudere. Trump quindi deve provare a sostenere l’industria senza fermarla o diminuirne la portata. Gli Stati Uniti fin’ora sono ai record di produzione: sono settimane, infatti, che producono circa 13 milioni di barili al giorno.

Fatto 100 il totale della produzione globale di petrolio, da notare l’aumento dei volumi degli U.S.A. dal 2005 a oggi, arrivando a pesare circa il 20% della produzione totale. Misura in migliaia di barili al giorno. Dati by Knoema.

Russia

La situazione Russa è delicata.

In primo luogo, è per colpa della Russia che è iniziata la guerra dei prezzi. Il 5-6 marzo l’Arabia Saudita in un incontro OPEC+Russia aveva chiesto ufficialmente di rallentare la produzione per sostenere i prezzi. La Russia ha rifiutato l’accordo e il prezzo è precipitato.

La causa primaria di questa scelta è la rivendicazione verso le sanzioni e l’ostruzionismo statunitense nei confronti del progetto Nord Stream 2. Un’infrastruttura colossale che avrebbe facilitato la fornitura di petrolio e gas russo all’Europa. Attualmente il progetto è ancora in costruzione ma chiaramente i rallentamenti hanno danneggiato la Russia.

Ora la Russia ha potenzialmente il coltello dalla parte del manico ma non può usarlo.

Il costo di produzione del petrolio russo è circa la metà di quello americano e ha la potenzialità per continuare la guerra per anni, secondo il ministro dell’energia Aleksandr Novak. Questo vantaggio però non può essere sfruttato perché l’economia russa, seppur più diversificata di quella araba, è comunque fortemente legata al petrolio e al gas.

Inoltre, come ho già detto più volte, il costo di produzione di un barile non dice tutto: infatti bisogna guardare anche le condizioni delle aziende produttrici, la capacità e i costi di stoccaggio, i costi di distribuzione, il peso del settore nel quadro economico, eccetera. La capacità di stoccaggio è attualmente al limite.

Aziende russe leader nella produzione di petrolio. Da notare che Rosneft (una delle più grandi al mondo) è para-statale. Dati by Statista.

Insomma, la dichiarazione di ieri, spezza una lancia in favore a un accordo. Un taglio di circa il 15% della produzione giornaliera riporterebbe la Russia quasi alla condizione pre-guerra dei prezzi. Si toglierebbe di dosso il peso politico di aver iniziato la guerra dei prezzi e mostrerebbe disponibilità alla collaborazione.

Però il Cremlino ha affermato che la Russia non considera una riduzione dell’offerta basata sul calo della domanda o sulla riduzione dei prezzi come un reale taglio della produzione. Putin potrebbe aspettarsi un contributo più significativo dagli Stati Uniti di quanto la sua controparte Trump sia disposta a dare.

“Stai confrontando il calo generale della domanda con tagli volti a stabilizzare il mercato globale”

ha detto il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ai giornalisti durante la sua teleconferenza quotidiana, quando gli è stato chiesto se la Russia avrebbe accettato tagli alla produzione USA trainati solo dalle forze di mercato. “Queste sono cose completamente diverse.”

Arabia Saudita

Dal punto di vista dell’Arabia Saudita, la soluzione è estremamente semplice e ne ha già parlato ufficialmente diverse volte agli altri paesi produttori: bisogna che tutti i paesi taglino un po’ la produzione. Tutti, nessuno escluso, così che il prezzo possa riprendersi e lo sforzo sia comune.

L’Arabia Saudita è leader da sempre del settore petrolifero sia per produzione che per riserve. Ha da sempre controllato i prezzi al limite di quello che viene chiamato dumping. Ha sottolineato questa posizione quando ha deciso, in seguito alla decisione di non tagliare la produzione della Russia, letteralmente di inondare il mondo di petrolio.

Infatti, dopo il 5-6 marzo, ha aumentato la produzione di quasi 2 milioni di barili al giorno. In questo modo il prezzo è crollato in modo verticale come non succedeva da 30 anni e ha mostrato al mondo la sua posizione nel quadro energetico mondiale.

Peccato che la guerra dei prezzi si sia accavallata con il crollo della domanda globale a causa del coronavirus. Dico “peccato” perché questa strategia rischia di avere le gambe più corte del previsto.

Costo di produzione per barile. Dati by WSJ

Innanzitutto ci sono enormi problemi di stoccaggio di questa marea di petrolio che ha inondato un mercato in crisi. L’Arabia ha affittato decine di superpetroliere da Singapore a costi esorbitanti (fino a 200.000$ al giorno) per riuscire a stoccare un po’ di petrolio; ma non ci sono compratori, così che queste navi al momento vagano nei mari senza meta.

L’Arabia ha anche generato notevoli problemi a tutti gli altri stati membri dell’OPEC, a partire dall’Iraq fino alla Nigeria. Tutti hanno fin da subito chiesto al regno arabo di far finire questa strategia così aggressiva.

In ultimo, è necessario chiarire che nonostante il costo di produzione sia in assoluto il più basso al mondo, l’Arabia non può assolutamente permettersi il prezzo attuale. Se produce a circa 10-15 dollari al barile, è anche vero che il 90% del PIL deriva dal settore energetico e che il breakeven reale attuale è di oltre 90$ al barile.

Rischia così di indebolire la già fragile economia interna e di perdere moltissima credibilità politica internazionale. Questo rischia di creare un danno enorme, se si pensa ad esempio a Vision 2030, progetto multi miliardario che, grazie agli investimenti esteri, avrebbe diversificato l’economia e alleggerito la dipendenza dal petrolio.

Produzione giornaliera in migliaia di barili di petrolio dei paesi OPEC. Dati by Statista.

Conclusione

Quello di cui il settore energetico ha bisogno è un accordo. Per definizione un accordo prevede che ognuna delle parti faccia un passo verso gli altri. Al momento non è così, nonostante il dramma del prezzo basso del petrolio sia sotto gli occhi di tutti.

Gli esperti affermano che nel migliore dei casi si potrebbe arrivare a un taglio del 10% della produzione mondiale, circa 10 milioni di barili al giorno. Eppure, 1) il taglio sembra al momento molto improbabile per le condizioni appena spiegate e 2), comunque potrebbe non bastare a sorreggere il settore in un periodo storico come questo.

Sono in ballo non solo gli equilibri politici ed economici, ma anche la salute degli stati più indifesi e l’intera industria energetica, che coinvolge centinaia di migliaia di lavoratori e sfama migliaia di famiglie.

Se la conclusione dell’accordo è assolutamente imprevedibile, è invece sicuro che oggi il future sul petrolio ballerà parecchio. Siete avvisati.

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